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Rifiuti, uno scenario senza coordinate

La legislazione posta a tutela delle matrici ambientali, in Italia, riflette la fragilità (anche culturale) del nostro paese. L´editoriale di Paola Ficco per Ecoscienza 1/2013.

(22/03/13) 

La legislazione posta a tutela delle matrici ambientali, in Italia, riflette la fragilità (anche culturale) del nostro paese. Lo si vede dalle risposte (a volte incerte e sfuggenti; altre volte arbitrariamente perentorie) che essa fornisce alle aspettative di vera ed effettiva salvaguardia dell’ambiente. È una legislazione ponderosa, difficile da leggere e ancora più difficile da interpretare. Con rimandi continui ad altri provvedimenti dove solo la memoria storica dell’interprete soccorre alla farragine.
In una società che non riesce a essere pluralista, ma si divarica in contrapposizioni irrisolte, il legislatore è a sua volta diviso nel perseguimento di interessi diversi e spesso confliggenti, con il risultato di una iperproduzione normativa che non risolve i problemi pregressi e apre nuovi fronti di incertezza. Punto nodale di questa “insolvenza” legislativa in materia ambientale è la convinzione, ancora radicata, che l’ambiente (al pari di molti altri settori del vivere comune) sia regolato “dal diritto”, dimenticando che, invece, esso è regolato “anche” con il diritto. Infatti, sulla tutela ambientale, il diritto è solo lo strumento usato da una serie di forze diverse (economiche, politiche, culturali, religiose), raramente concordi ma tutte importanti. Ciascuna forza, con la propria massa d’urto intrinseca, mira ad asservire il diritto ai propri desideri, con risultati non sempre commendevoli anche in termini di qualità del prodotto finale e di facilità di accesso alla prassi applicativa. 
Il tutto esita in condotte estemporanee e dadaiste, mai chiare, che rimettono sempre a un arbitro (il giudice) la soluzione definitiva della singola questione. Una perenne disputa tra scolari che solo la voce grossa della maestra riesce a dirimere.

I rifiuti non sfuggono a questa dinamica di fondo. La quantità di pagine di cui si compone la legislazione di settore fornisce il senso di una geografia di difficile comunicazione, la cui ponderosità genera un’incurabile nostalgia (tra gli altri) per quella edizione straordinaria della Gazzetta ufficiale n. 79 del 4 aprile 1942 dove si pubblicava il Codice civile: 2969 articoli, stampati con cura e giunti (con le sole modifiche imposte dall’evolvere dei tempi) fino a noi. Una sorta di figura geometrica in cui pare conservata, senza imperfezioni, la forma del diritto, dove si richiude il cerchio dell’accadere delle cose. Invece, la legislazione sui rifiuti (e la ridda di competenze che ha cesellato) invita a un disordine privo di destinazione, dove ci si perde in uno scenario senza coordinate, anche se vorrebbe essere la regola contro il caos, l’ordine imposto al caso. In materia di rifiuti, dovere e diritto sembrano categorie polverizzate sotto i colpi del “si dice”, “mi hanno detto”, “tutti fanno così”, “nella mia Regione”, “la mia Provincia dice che”; tutto si confonde in un irrimediabile spartiacque fra destino e caso, fra bene e male.
Così l’Italia si disarticola in una struttura a pelle di leopardo dove ogni gestione, ogni controllo, ogni Provincia, ogni progetto è una storia a sé, indipendente da tutte le altre e da quella regola che tutti dicono di conoscere e meglio degli altri. Una “disimmetria della percezione” che si amplifica quando ci si imbatte nelle nuove piazze virtuali dei “forum” e dei “social network” dove la parola e il suo senso si ammalano. Tutti invocano riforme e nuove leggi, lo fanno ormai in modo irrazionale. E giù, tutti a scrivere, a proporre, a elaborare testi. E, invece, scrivere tanto non serve perché è solo una forma sofisticata di silenzio. Ed è proprio questo silenzio camuffato da iperattivismo che induce solo e sempre attese per un qualcosa di diverso di nuovo, di risolutivo.

A ben guardare, la legislazione in materia di rifiuti, nonostante la sua età, ha ancora i lineamenti imprudenti degli anni giovani: proporzioni inesatte e mancanza di compostezza. È priva di ordine e come tale si sottrae al gesto paziente di poter essere tramandata e osservata; viene solo brutalizzata dal bisturi estetico delle riforme. Ne esce sempre una figura bruttina e scolorita.
In tutto questo il giurista diventa il tecnico dell’uso della forza delle istituzioni (espressa nel diritto) e smette di essere il tutore del potere del diritto. È questo il motivo della confusione che impera nel diritto dell’ambiente. Anch’essa figlia della “fordizzazione” del modello educativo (pensato secondo logiche aziendali), che genera un sapere programmato e standardizzato, un apprendimento meccanico, valutato in base a test. Da qui alla logica materialistica immediata del profitto il passo è breve. Da qui a perdere l’eleganza intellettuale, la logica delle argomentazioni, la sottigliezza del ragionamento e la nobiltà di spirito, il passo è ancora più breve.

Anche per disciplinare la gestione dei rifiuti, dunque, è necessario tornare a studiare, per arricchire la consapevolezza storica collettiva, perché è lì che risiede il fondamento della democrazia secondo John Armstrong (il filosofo australiano, non il calciatore scozzese) ed è lì che si impara ad affrontare i problemi ambientali di largo respiro (come dice Tom Griffiths, lo psicologo americano). Occorre, dunque, guardare nuovamente ai modelli educativi del primo 900, tesi, con il metodo socratico, alla formazione dell’uomo e del cittadino liberi e autonomi nel pensiero e nella volontà attraverso lo studio delle lingue antiche e dei classici, delle arti e della ricerca, del dialogo tra generazioni. Di quei principi è rimasto ben poco, sempre più travolto dal nozionismo che mortifica l’intelligenza e la passione per lo studio e ogni autentico processo formativo che può alimentarsi, invece, solo attraverso esperienze autentiche di verità, di bellezza, di virtù civili, di esempi morali, di creatività pratica.
Solo invertendo questa rotta sarà possibile affrontare dalla radice un ampio spettro di problemi, dando loro un criterio guida unificante e risalendo a ritroso fino alla disarticolata legislazione sui rifiuti. E non sarà un impegno facile, perché il mondo globale non sembra affatto intenzionato a riconoscere priorità ai grandi processi educativi: sembra solo felice di proiettare ciascuno di noi nell’intreccio sempre più inestricabile tra verità e finzione, tra gioco d’azzardo e piccole infelicità quotidiane, nascoste dietro al telefonino di ultima generazione.

 

Paola Ficco, giurista ambientale

 

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