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Clima, la Cop21 è stata un successo o un fallimento?

Ecoscienza pubblica alcuni commenti sui risultati della conferenza Unfccc sul clima di Parigi.

(23/02/16) 

A partire dall´editoriale di Stefano Tibaldi, che riportiamo qui di seguito, Ecoscienza (n. 6/2015) ospita alcuni commenti sui risultati raggiunti dalla ventunesima Conferenza delle Parti sui cambiamenti climatici (Cop21) di Parigi. L’accordo raggiunto è un passo importante, ma servono da parte di tutti i paesi azioni ancora più incisive per non rimanere nel campo dei “buoni propositi”. 

COP21, a Parigi è stato successo o fallimento?

di Stefano Tibaldi, Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici 

COP 21Ventuno? Davvero ci sono già state 21 Conferenze delle parti della Unfccc (United Nations Framework Convention on Climate Change)? Se buttate l’occhio all’ultimo ventennio di dati sulla concentrazione di CO2 nell’atmosfera globale, noterete che non c’è nulla da notare (http://www.esrl.noaa.gov/v/gmd/ccgg/trends/full.html). L’aumento, essenzialmente lineare, continuava da decenni già vent’anni fa e continua a tutt’oggi indisturbato ed essenzialmente uguale a sé stesso. Abbiamo oggi una concentrazione di anidride carbonica nella nostra atmosfera che il nostro pianeta non ha mai visto nei passati ottocentomila anni o giù di lì, e la concentrazione continua ad aumentare, anche in questi tempi di crisi economica. Se calcolaste la CO2 totale prodotta dalle 21 Cop tenutesi sinora (a causa dei viaggi delle centinaia e centinaia di delegati provenienti da tutto il globo e di tutte le altre attività accessorie), ne uscirebbero numeri da brividi, soprattutto in rapporto ai risultati praticamente trascurabili raggiunti sinora. La ventunesima Cop ha dunque prodotto esiti dai quali ci si possa attendere un seppur minimo, positivo impatto (positivo nel senso della diminuzione!) sull’aumento della concentrazione di CO2? Rimarremo sotto i fatidici due gradi come risultato della negoziazione?

Andiamo con ordine. Prima di tutto i due gradi non hanno un particolare significato scientifico, e non ce l’ha nemmeno un grado e mezzo. Sono solo numeri tondi, o quasi, simbolici, usati tanto per avere un riferimento utile mediaticamente. Non ci sono prove convincenti che siano reali valori soglia al di sotto dei quali si possa stare tranquilli. Anche perché un grado in più rispetto al clima di riferimento (convenzionalmente il trentennio 1961-90) ce l’abbiamo già oggi, quindi la speranza di rimanere sotto il grado e mezzo (ma forse anche sotto i due) è veramente misera, e se ce la faremo sarà probabilmente un successo temporaneo, legato agli effetti di una crisi economica globale che tutti sperano finisca il più presto possibile.

Se poi a questo si aggiunge che gli accordi sono volontari, cioè non sono vincolanti per nessuno, c’è poco da stare allegri. Sappiamo bene, noi italiani, che impatto hanno le leggi e le regole che non prevedono meccanismi sanzionatori per gli inadempienti.

 

Ma nonostante tutto io credo che la Cop21 sia stata ugualmente un grande successo. Per due ragioni.

La prima è che gli stati, tutti, si sono impegnati formalmente a fornire regolarmente dati sulle emissioni nazionali di gas serra, e a essere verificati pubblicamente su questo impegno. Un impegno, peraltro, a costo quasi zero per moltissimi paesi sviluppati, che lo fanno già da anni, ma di grande responsabilità e peso per molti paesi in via di sviluppo, che avranno non poche difficoltà a onorarlo. Si veda su questo problema un recentissimo articolo su Nature (Vol 29, 28 gennaio 2016). Una contabilità “pubblica”, globale e verificabile può essere un meccanismo potente di stimolo a cambiare strada e politiche.

Il secondo - e più importante - risultato è che il cambiamento climatico come risultato delle attività umane non è più seriamente in discussione. È un dato politicamente, oltre che scientificamente, oramai assodato e dato per acquisito. I negazionisti sono rimasti politicamente soli, isolati. Una piccola, sparuta comunità pseudoscientifica popolata in generale o da prezzolati dei grandi produttori di CO2 (ma anche la grande industria sta cambiando attitudine) o da individui in cerca di identità e visibilità “fuori dal coro”, anche a costo di stonare.

La politica che conta è oramai tutta convinta che il cambiamento climatico sia reale, sia già in atto e rappresenti una minaccia, non solo ambientale, ma anche economica e sociale. Non poco hanno contribuito e stanno contribuendo anche l’enciclica papale e la coincidenza temporale con un anno record dal punto di vista della temperatura globale (triste dover constatare che occorrono coincidenze di questa natura per dare una mano alla comunicazione della scienza). Quanto e cosa politica, economia e finanza siano poi disposte a fare per allontanarla, la minaccia, rimane tutto da vedere.
Ma l’aver raggiunto un punto politicamente fermo e universalmente acquisito sul cambiamento climatico è di per sé un grande risultato, raggiunto per la prima volta in modo convincente in questa Cop. I calcoli e le negoziazioni ulteriori che gli accordi prevedono avranno luogo nei prossimi anni ci diranno se questo è stato un vero passo avanti che ha davvero cambiato i comportamenti della politica globale o se siano ancora soltanto parole, parole, parole e niente fatti, nella minacciosa attesa che le dimensioni del problema diventino talmente macroscopiche da divenire difficilmente affrontabili, soprattutto dai paesi più esposti alle conseguenze e che hanno meno risorse a disposizione.

 

Gli altri articoli del servizio sulla Cop21:

A Parigi aperta la strada per un nuovo futuro (Daniele Violetti, Isabel Aranda)

Transizione energetica, il vento è cambiato (Vincenzo Balzani)

Alla Cop21 solo buoni propositi (Francesco Bertolini)

 

Vai a Ecoscienza 6/2015, versione sfogliabile

Scarica Ecoscienza 6/2015 (pdf)



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